Pianiga

Pianiga è situata all’estremo lembo sudoccidentale della provincia di Venezia, confinando in parte con la provincia di Padova ed in parte con i Comuni di Santa Maria di Sala, Mirano, Mira, Dolo e Fiesso d’Artico.

L’occupazione principale degli abitanti, fino alla seconda guerra mondiale, rimase l’agricoltura, condotta di norma da mezzadri o affittuari locali che lavoravano i terreni di grandi proprietari veneziani o padovani: a partire dal secondo dopoguerra e poi sempre più decisamente dagli anni del boom economico vi furono impiantate le prime aziende.

Oggi le industrie presenti in territorio comunale – più della metà delle quali a conduzione artigianale – sono impegnate nei settori dell’edilizia, nella lavorazione dei metalli e del legno e nella produzione di scarpe e mobili: vi si trovano inoltre, seppur in misura minore, industrie tessili, della lavorazione del vetro ed industrie di trasformazione dei prodotti alimentari.

Lo sviluppo economico ha generato una evidente trasformazione ambientale: alla riduzione delle grandi estensioni di campi coltivati ha corrisposto un aumento delle aree edificate; Pianiga ha assunto l’aspetto di un centro residenziale mentre nelle frazioni si sono localizzate le attività produttive, a causa della presenza, per Cazzago, dello scalo ferroviario e della vicinanza del casello autostradale, mentre per Mellaredo ha inciso molto il fatto di essere attraversata dalla statale Padova-Treviso.

Rivale rimane la frazione meno popolosa dell’intero territorio comunale, anche se, grazie all’insediamento di un buon numero di attività medio-grandi, garantisce un ottimo livello occupazionale.

Purtroppo il primo sviluppo urbanistico si realizzò in maniera spontanea.

Il territorio, ad esclusiva destinazione agricola fino a pochi anni fa, mostrava ancora recentemente numerosi esempi delle diverse tipologie di abitazione rurale, dal casone alla villa gentilizia.

L’abitazione rustica più povera ma più diffusa era il casone, che ospitava le famiglie dei braccianti: oggi a Pianiga non ne esistono più, forse perché, considerati l’umiliante memoria di un passato di miseria, furono lasciati a consumarsi alle intemperie e nulla fu fatto per la loro conservazione.

Erano costruiti con materiale povero e si inserivano perfettamente nel paesaggio: le fondamenta erano inesistenti o appena accennate, il pavimento in terra battuta o in cotto rosso; le pareti esterne erano in mattoni d’argilla fatti a mano e seccati al sole, legati con calce e sabbia, e non s’innalzavano mai oltre i due metri e mezzo di altezza.

Il tetto era la parte che richiedeva più lavoro e maggiore abilità: si posizionavano quattro tronchi d’albero uniti a due a due ed appoggiati alla sommità sulla colmegna o tronco portante; un impagliatore appositamente convocato formava poi una fitta intelaiatura di canne di saggina, poste sopra i tronchi a sorreggere un fitto e spesso strato di paglia, completamento della copertura dell’edificio.

Sopra il tetto erano poste infine tre piccole croci, contro il vento, il fuoco, l’acqua ed ogni possibile calamità.

Il casone aveva scarse e piccole aperture: a piano terra il porticato, orientato in direzione sud, sovrastava la porta d’ingresso, dalla quale si accedeva nella cucina; ad est si trovavano le cantine e la stalla.

Nel sottotetto si trovavano il granaio, il fienile e talvolta delle camere da letto aggiuntive, nel caso di famiglie molto numerose.

Seconda tipologia abitativa è la casa bracciantile, della quale sono ancora visibili alcuni esempi risalenti al XVII ed al XVIII secolo.

Questi edifici erano caratterizzati dalle aperture, con archi ribassati o a tutto sesto: a piano terra c’erano la cucina, la cantina e la dispensa; al piano superiore le camere da letto, il fienile ed il granaio.

Terza tipologia è la masseria o casa colonica, un lungo edificio, normalmente a pianta rettangolare, diviso in ambienti destinati ad abitazione e rustici.

Le stanze dell’abitazione erano a piano terra e comprendevano una cucina, una cantina ed alcune camere da letto; il piano superiore era tutto occupato da un’unica grande stanza che faceva da dispensa e granaio.

All’esterno si aprivano i porticati, con funzioni di rustico e, in parte, di riparo per gli abitanti durante le calde sere d’estate.

L’area antistante la masseria, l’aia, era un ampio cortile in terra battuta, affollato di animali da cortile.

La tipologia più nota e raffinata è la quarta, quella della villa o abitazione padronale.

La villa veneta è un edificio costruito sulla base di criteri fissi: si tratta normalmente di una struttura a tre piani, a pianta quadrata (o veneziana) e tetto a quattro falde.

La facciata principale è di norma rivolta a sud ed è decorata con stemmi, affreschi o graziosi particolari architettonici come balconcini e finestre.

Il piano terra è composto da un’ampia sale centrale e quattro stanze minori, due per parte, adibite a soggiorno, sala da pranzo, salotto per gli ospiti e dispensa.

Al piano superiore è ripresa la stessa struttura ma la destinazione degli ambienti prevede qui le camere da letto.

Il secondo piano può essere destinato ad ospitare gli alloggi per la servitù oppure essere costituito da un ambiente unico, destinato a granaio. Esempi di questo quarto tipo di abitazione sono, a Pianiga, la ex Casa Canonica, la Casa del Patriarcato, la Villa Grandenigo, con le annesse barchesse e la cappella gentilizia (ora chiesetta delle Cioare), e la settecentesca villa Albarea con barchesse e grande parco, circondato da un fossato.

A Mellaredo sorge la cinquecentesca villa Viterbi con due ampie scalinate d’accesso al piano nobile poste sulle due facciate.

Tratto da Riccardo Abati “PIANIGA” Storia, parroci e civiltà contadina in un paese veneto.