Acque minerali: in Veneto privatizzazione di fatto delle sorgenti

Venezia, 23 marzo 2012 Comunicato Stampa

Emendamento scandalo: Consiglio Regionale schiavo della casta delle minerali. Ridotti canoni acque minerali fino al 2015
“Oltraggio alla Giornata Mondiale dell’Acqua”

Legambiente: “Persi oltre 10 milioni di euro”
“Concessioni pubbliche da pochi euro: le aziende guadagnano milioni, mentre i cittadini pagano la crisi”.

“Il Consiglio Regionale ha approvato, con i voti della maggioranza, l’ennesima presa in giro nei confronti dei cittadini veneti”. Queste le parole di Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, a commento del voto favorevole al maxi emendamento alla Legge Finanziaria 2012 che proroga al 2015 le riduzioni del pagamento dei diritti di prelievo delle acque minerali, previste dalla Legge 22/2009.
La Legge Regionale 10.10.1989 n.40 “Disciplina della ricerca, coltivazione e utilizzo delle acque minerali e termali”, all’art. 5, poi modificato dall’art. 6 della Legge Finanziaria Regionale 2007, fissa un canone di concessione per volume imbottigliato pari a 3,00 euro al metro cubo. Con il voto di ieri, il Consiglio Regionale proroga al 2015 la riduzione del canone concesso per gli anni 2010/2012 fissato a 1,5 euro per metro cubo di acqua e suoi derivati prodotti, imbottigliati in contenitori di plastica e a 1,00 euro a metro cubo di acqua e suoi derivati prodotti, imbottigliati in contenitori di vetro.
“Con questa decisione la Regione Veneto manda in fumo introiti per oltre 10 milioni di euro”. Come dichiarato dal Servizio Tutela Acque – Ufficio Acque Minerali e Termali della Regione Veneto, in risposta al questionario inviato da Legambiente ed AltrEconomia nell’autunno 2011, i volumi imbottigliati dalle aziende titolari di concessioni in Veneto ammontano a 2.504.330,238 metri cubi, di cui 2.378.297,818 imbottigliati in contenitori di plastica e 126.032,420 in contenitori di vetro. Questo significa un introito per le casse regionali pari a 3.693.479,147 con il canone agevolato, a fronte di un incasso pari a 7.512.990,714 se fosse stato applicato il canone stabilito dalla vigente legislazione in materia.
“Un mancato incasso di oltre 3 milioni 800 mila euro all’anno, 11,4 milioni in tre anni – spiega il Presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro – che sarebbero potuti essere reinvestiti in progetti riguardanti la conservazione e la ricarica delle falde acquifere, l’ammodernamento delle reti idriche pubbliche, nonché a compensazione dei danni diretti e indiretti provocati nei comuni ove hanno sede gli impianti e in quelli contermini e per finanziare campagne di sensibilizzazione al risparmio idrico ed al consumo consapevole dell’acqua, esattamente come stabilito dalla normativa regionale”
Secondo l’esponente ambientalista: “il sistema di “privatizzazione di fatto” delle sorgenti e di pagamento di canoni irrisori agli enti locali competenti continua a garantire alle società di imbottigliamento guadagni vertiginosi. La mancanza di una legge nazionale ha provocato una situazione da vero e proprio far west in cui ogni Regione decide in modo autonomi l’importo e il criterio secondo cui applicare i canoni”.
Nel 2006 la Conferenza delle Regioni aveva dato indicazioni per una revisione dei canoni, indicando tre tipologie di canone (da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa). Ma da allora solo 13 Regioni hanno rivisto la normativa. Di queste regioni, 9 hanno recepito le indicazioni in modo solo parziale o al ribasso.
“In questo modo – insiste Lazzaro – le casse delle Regioni rimangono praticamente vuote mentre le società imbottigliatrici continuano a fare profitti stellari. La revisione dei canoni è fondamentale in tempi di crisi economica e di gravi tagli dei contributi agli enti locali. La Regione Veneto, invece, si fa scudo proprio della tragica congiuntura economica per garantire alla casta delle minerali uno status quo che rappresenta uno schiaffo ai cittadini oggi in difficoltà”.
Ed ecco la proposta di Legambiente: se invece di applicare i canoni indicati, si passasse, a livello nazionale, a un canone uguale per tutto il territorio di 10 euro a metro cubo imbottigliato, solo nel 2010 si sarebbero ricavati ben 122 milioni di euro, appena il 5% del totale dei guadagni annuali delle aziende imbottigliatrici, che potrebbero essere reinvestiti ad esempio nell’ammodernamento impiantistico nel ciclo delle acque. Un aumento dei canoni porterebbe sicuramente anche altri vantaggi, in primo luogo l’aumento dei prezzi e il riallineamento dei consumi alle medie europee, ovvero verso il basso, riducendo in questo modo l’impatto ambientale di tutto il ‘business dell’oro blu in bottiglia’. Business che ad oggi prevede l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2. Delle bottiglie utilizzate il 78% sono in plastica e solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore, per non dimenticare l’impatto dei trasporti su camion del 85% delle bottiglie. Un processo di revisione e innalzamento dei canoni consentirebbe quindi di alleggerire il territorio e gli enti locali dal peso dell’inquinamento e degli interventi necessari a fronteggiarlo.
Ma, probabilmente – conclude Lazzaro – gli interessi delle aziende contano, per il Consiglio Regionale, molto di più delle esigenze di Comuni e cittadini”.